Nella crisi d’impresa il tempo non è una variabile neutra: è spesso il fattore che separa una ristrutturazione possibile da un dissesto ormai irreversibile. Per chi assiste imprese, la questione non è soltanto individuare lo strumento giusto, ma capire quando l’intervento diventa tardivo e, dunque, potenzialmente dannoso.
Su questo punto la giurisprudenza recente offre un segnale molto chiaro. Con Cass. civ., Sez. I, 25 marzo 2026, n. 7134, la Suprema Corte ha ribadito che la concessione di credito a un’impresa già in stato di decozione può integrare una condotta abusiva quando il finanziamento consenta di ritardare la dichiarazione di fallimento, incrementando l’esposizione debitoria e alterando le regole di correttezza del mercato. Nel caso esaminato, la banca aveva erogato finanziamenti (ex decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23, convertito con modificazioni dalla legge 5 giugno 2020, n. 40, recante “Misure urgenti in materia di accesso al credito e di adempimenti fiscali per le imprese, di poteri speciali nei settori strategici, nonché interventi in materia di salute e lavoro, di proroga di termini amministrativi e processuali”) a un’impresa già in decozione, somme poi utilizzate per ripianare pregresse esposizioni chirografarie di conto corrente.
Il messaggio è rilevante: non ogni sostegno alla continuità aziendale è fisiologico, né ogni finanziamento è neutralmente giustificabile. Quando i segnali di crisi sono già evidenti, il primo dovere non è “tenere in vita” l’impresa a ogni costo, ma verificare se esistano ancora margini realistici di risanamento oppure se si stia soltanto rinviando l’inevitabile, con effetti pregiudizievoli per creditori e terzi.
In questo scenario, la prevenzione coincide con una lettura tempestiva dei dati: tensioni di cassa, erosione dei margini, dipendenza dal debito a breve, ritardi nei pagamenti e progressiva perdita di equilibrio patrimoniale. Il professionista che interviene per tempo può ancora orientare l’impresa verso strumenti negoziali, rinegoziazioni, assetti organizzativi più robusti e soluzioni compatibili con il Codice della Crisi; chi arriva tardi, invece, spesso opera in un perimetro già compromesso.
Per questo la crisi d’impresa è oggi anche un tema di responsabilità professionale. Avvocati e commercialisti non sono chiamati soltanto a gestire la procedura, ma a presidiare il momento in cui la diagnosi deve trasformarsi in decisione: continuare, ristrutturare o interrompere. La differenza tra queste opzioni non è solo economica, ma giuridica. La vera qualità dell’assistenza non si misura quando la crisi esplode, ma quando si riesce ancora a scegliere la strada meno distruttiva.
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